La notte si contempla come Tjutcev, riempiendo il circoscritto con l’immenso.
— V. Chlèbnikov
Narra una leggenda che, mentre il Buddha era assorto in meditazione sotto un piccolo albero, scoppiò un temporale tremendo. Ai suoi allievi che insistevano perché cercasse un riparo, il Buddha non dava alcuna risposta, rimanendo immobile nella sua perfetta quiete interiore. Vedendo questo, le creature che vivevano sui rami di quell’albero ne ebbero compassione. Pregarono l’albero di estendere la sua fronda tanto da dare al Buddha un riparo. Così ebbe origine il grandioso Ficus magnolioides.
Ciò che rende questi alberi monumentali e struggenti è l’impianto di radici aeree che, arrivando al terreno, diventano nuovi tronchi secondari e collaborano a tutti gli effetti nel sostenere il peso dell’ombrello foliare. Così sviluppandosi, il ficus può crescere a dismisura, ed estendersi sopra una superficie di molte diecine di metri quadrati. Se si prova a vedere in sezione l’insieme di un albero, ciò che appare è un miracolo di ingegneria idraulica: ciascuna di queste radici, ormai divenute tronchi, è attraversata da centinaia di dotti linfatici.
Se si guarda tutto ciò in una prospettiva più astratta, si capirà come la questione che il ficus pone alla coscienza sia quella del radicamento: non già delle radici, che sono una parte necessaria e comunque presente in ogni albero, ma della volontà di collegare il basso con l’alto. Da questo dipende la solidità del risultato. Le foglie e le radici dipendono le une dalle altre: se le une venissero meno anche le altre morirebbero, e così viceversa. L’alto e il basso si appartengono reciprocamente. Perché questa funzione complementare si compia è indispensabile che vi sia un collegamento efficace: senza il quale la linfa della vita non potrebbe ascendere verso l’alto e, inversamente, l’energia che le foglie sintetizzano dal sole non potrebbe radicarsi nel suolo.
Non a caso, l’albero ricorre nella simbologia di molte religioni, spesso nelle declinazioni di albero doppio, con quello celeste sovrapposto specularmente a quello mondano, o di albero rovesciato. In entrambi i casi si tratta di simboli tesi a legare l’alto con il basso. In sanscrito, due termini designano l’Albero del Mondo; uno di questi è nyagrodha, che letteralmente vuol dire «che cresce verso il basso». Una figura analoga ricorre nel Sefer ha-Zohar, il Libro dello Splendore, la raccolta di testi redatti nel XIII secolo dall’ebreo Mosé di León, che gettano le basi della tradizione cabalistica medievale. È interessante osservare come nello Zohar l’Albero della Vita, che si estende dall’alto verso il basso, sia rappresentato come un Albero di Luce. La stessa immagine ricorre anche nel Corano, nella Sûrat en-Nûr, ove un ulivo simboleggia la luce di Allah. Nell’Avesta, il complesso di libri sacri dello zoroastrismo, ricorrono due alberi, l’uno celeste, o paradisiaco, e l’altro terrestre. Il primo, che viene chiamato Haoma, è bianco.
