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Kouroi

2009
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Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

— Genesi, 2, 7.



Bere’shît bara Elohim et hashamayim ve’et ha’arets. «In principio Dio creò il cielo e la terra. Ma la terra era deserta e disadorna e vi era tenebra sulla superficie dell’oceano e lo spirito di Dio era sulla superficie delle acque. Dio allora ordinò: ‘Vi sia luce’. E vi fu luce. E Dio vide che la luce era buona e separò la luce dalla tenebra. E Dio chiamò la luce giorno e la tenebra notte». Così inizia il primo libro del Pentateuco, il libro che i Cristiani chiamano Genesi e gli Ebrei Bere’shît, che vuol dire appunto in «principio». Il testo continua poco oltre: «E Dio ordinò: ‘Le acque che sono sotto il cielo si accumulino in una sola massa e appaia l’asciutto’. E avvenne così. Dio poi chiamò l’asciutto terra e alla massa delle acque diede il nome di mari. E Dio vide che questo era buono».

Poco oltre, ancora nel libro di Genesi, si trova il celebre passo in cui si descrive la creazione dell’uomo: «il Signore Dio modellò l’uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente». Questa immagine, dell’uomo plasmato nel fango, non è invero originale, ma si ritrova nei miti di creazione di molte altre culture precedenti la tradizione giudaico-cristiana. Tra i precedenti più antichi vi è quello di Ptah, il dio di Menfi che nella cosmogonia egiziana era identificato come il Vasaio primigenio: colui che, sulla sua ruota, aveva dato forma ad ogni altro dio e ad ogni altro essere vivente. Più in generale, quella del Vasaio e della creazione dell’uomo dal fango è una delle molte declinazioni che assegna al Creatore gli attributi di un artigiano: fabbro, carpentiere, architetto, o appunto vasaio.

Fotografando alcuni frammenti di terracotta, piccoli e pressoché informi ad occhio nudo, sotto una luce radente e con un forte ingrandimento, ho cercato di ricondurre alla terra l’apparire delle fattezze umane. Ma soprattutto ho cercato di evidenziare l’analogia sostanziale che vi è, a mio vedere, tra l’emergere della terra dalle profondità dell’oceano e il prendere forma dell’uomo, ancora inanimato, dalle profondità dell’ombra e del fango. In entrambi i casi, si tratta di un venire alla superificie – e, precipuamente, di un venire alla superificie della coscienza. Il motivo che li accomuna è quello di un progressivo formarsi, ma anche di una progressiva appropriazione. È stato osservato come i miti di creazione offrano una rappresentazione dell’affiorare di una consapevolezza nell’Uomo; ovvero, come ogni cosmogonia testimoni uno sforzo per ampliare i confini del campo della coscienza. La realtà esteriore viene creata ed esiste man mano che essa affiora alla superficie, man mano che essa può venire inclusa nel territorio della consapevolezza.

Il venire alla superficie della coscienza di una immagine di sé e del cosmo è il tema di questa raccolta di fotografie. Molti commentatori delle Sacre Scritture, del resto, chiosano come Dio non si sia limitato a separare la terra dalle acque, o a soffiare la vita nelle narici dell’uomo, ma abbia dato loro un nome; mettendo in relazione l’incipit del libro di Genesi con i primi versi del Vangelo di Giovanni: «In principio era il Lógos». Bere’shît, dunque, in principio c’è l’alito di Dio che infonde la vita, ma ci sono anche il pensiero, la parola, il nome. È il Lógos, che annunzia e presuppone la consapevolezza.

Se tuttavia si studia il passo del libro di Genesi che narra della creazione dell’uomo, si osserva come questa si collochi entro – e in modo strettamente funzionale – la creazione dell’Eden, ossia del giardino primigenio. Nella tradizione giudaico-cristiana, Dio sembra creare l’uomo già investito di una precisa funzione, di un ruolo, di un compito. Leggiamo: «Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, ancora nessun cespuglio della steppa vi era sulla terra, né alcuna erba della steppa vi era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non vi era l’uomo che lavorasse il terreno e facesse sgorgare dalla terra un canale e facesse irrigare tutta la superficie del terreno; allora il Signore Dio modellò l’uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva modellato. Il Signore Dio fece spuntare dal terreno ogni sorta d’alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita nella parte più interna del giardino, insieme all’albero della conoscenza del bene e del male. […] Poi il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse».