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La pazienza del legno

2004
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Ti voglio chiedere, Dio, e questa domanda brucia dentro di me come un fuoco divorante: che cosa ancora, sì, che cosa ancora deve accadere perché tu mostri nuovamente il tuo volto al mondo? Ti voglio dire in modo chiaro e aperto che ora più che in qualsiasi tratto precedente del nostro infinito cammino di tormenti, noi torturati, disonorati, soffocati, noi sepolti vivi e bruciati vivi, noi oltraggiati, scherniti, derisi, noi massacrati a milioni, abbiamo il diritto di sapere: dove si trovano i confini della tua pazienza?

— Zvi Kolitz : Yossl Rakover si rivolge a Dio



Si legge nel libro di Genesi come Giacobbe, lasciata la casa di Isacco suo padre per andare in Paddan-Aram a prendere moglie, fermatosi a pernottare, fece un sogno: «Sognò di vedere una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco: gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa». Anche ne al-Hadith, la raccolta di aneddoti che arricchiscono la biografia del profeta Muh_ammad, ricorre con particolare risalto l’immagine della scala, che il profeta, guidato dall’angelo Gabriele, ascende fino alle porte del Cielo, per ricevere da Allâh la rivelazione del Testo, al-Qur’ân. Secondo alcuni studiosi,Dante avrebbe attinto largamente, nella stesura della Divina Commedia, ad una traduzione di un testo arabo sul mi’raj, sull’ascensione al Cielo, cioè, del profeta Muhammad. Il significato simbolico della scala, strumento di unione tra la Terra e il Cielo, via di ascesa e di elevazione, è ben radicato nelle tradizioni dell’ahl al-Kitab, della gente del Libro.

Queste Scritture mi sovvennero quando, nel dicembre 2004, mi trovai ad allestire una mostra nel meraviglioso palazzo Branciforte a Palermo, un edificio tardorinascimentale adibito a Monte di Pietà intorno alla metà dell’Ottocento. In una lunga infilata di sale si conservavano, in uno stato perfetto, le scaffalature di legno, sulle quali venivano depositati, a migliaia, corredi e ricami, alcuni molto preziosi, lasciati in pegno da persone indigenti. Una fitta trama di pali, ballatoi, staccionate, rivestendo i muri per intero, definiva uno spazio privo di coordinate: né verticali, né orizzontali, né piani, né parallele. Rimasi sopraffatto da un senso di instabilità e di angoscia, di vertigine e di smarrimento.

In ogni angolo c’erano scale, montanti lungo le scaffalature per diversi livelli, o semplicemente appoggiate. Sembravano cercare ansiosamente i raggi del sole e ricordare al visitatore la loro nostalgia dell’Alto. Lunghe corde di canapa scendevano dal tetto, sospese da carrucole simili a orribili macchine di tortura. Sulle assi del tavolato, vidi il cadavere di un uccello, con le ali contratte in uno spasmo. Nelle stanze in penombra, violenti squarci di luce irrompevano improvvisi dalle finestre, difese da pesanti inferriate. Memorie forti e diverse si addensavano nella mia mente: la biblioteca proibita di un monastero medievale, una camera della tortura, un campo di concentramento, le Carceri di Piranesi, il Labirinto di Borges, i paradossi spaziali di Escher.

Ho cercato di rappresentare questo luogo come uno spazio simbolico. Un luogo nel quale è possibile compiere un viaggio iniziatico. Dove è possibile perdersi e finalmente ritrovare la Luce e, nella Luce, comprendere il mistero della corruzione e della caducità delle cose, della vita, della morte e del ciclo delle rinascite. Dove è inevitabile interrogarsi sul significato della prova e dell’esperienza, del destino, della volontà e dell’accettazione, dell’attesa e della lentezza. Dove è dolce riflettere sul senso profondo della pazienza e sul dono della compassione.