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Nella terra dei Ciclopi

2007-2009
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«Da lì navigammo oltre, con il cuore sconvolto, fino alla terra dei Ciclopi ingiusti e violenti, i quali confidando negli dèi immortali non coltivano pianta né arano; là tutto nasce non seminato, non arato: grano, orzo, viti dai grappoli che danno vino, sono nutriti dalla pioggia di Zeus. Non hanno assemblee, né consigli, né leggi, vivono in grotte profonde, sulle cime dei monti eccelsi; ciascuno detta legge sui figli e sulle donne, e nessuno si cura dell’altro.» Così Omero descrive, nel IX libro dell’Odissea, la terra dei Ciclopi. Una terra fertile e generosa, che darebbe frutti copiosi se i suoi abitanti vivessero secondo le regole della civiltà: «I Ciclopi non hanno navi dalle fiancate di minio, né maestri d’ascia fabbricatori di navi, che sudino a costruire scafi dai banchi solidi, con i quali raggiungere, una dopo l’altra, le città degli uomini; come fanno gli uomini spesso, cercandosi gli uni con gli altri, attraversando il mare sulle imbarcazioni. Essi potrebbero rendere l’isola bene abitata, perché non è sterile e produrrebbe ogni sorta di frutti. Vi sono campi fertili e morbidi lungo le rive del mare schiumoso, dove potrebbero crescere vigne fruttuose. Facile è l’aratura e al tempo messi abbondanti si potrebbero mietere, perché il terreno è generoso».

Anche Esiodo offre dei Ciclopi una immagine di brutalità e di violenza: «i Ciclopi dal cuore superbo, Bronte Sterope e Arge dal petto violento, che a Zeus diedero il fuoco e fabbricarono la folgore», leggiamo nella Teogonia. Generati da Urano e da Gaia, la Madre Terra, i Ciclopi personificano l’energia delle forze naturali: il tuono, il fulmine, il lampo. Simboli di una violenza primigenia, senza la quale il cosmo non avrebbe preso forma. Omero ed Esiodo offrono però due interpretazioni diverse di questa violenza. Omero dà una connotazione negativa alla brutalità primitiva dei Ciclopi, li definisce «ingiusti e violenti» e li descrive come inoperosi e incapaci di mettere a frutto la terra. Esiodo invece attribuisce alla loro energia dirompente una funzione costruttiva: «vigore e forza e destrezza era in ogni loro opera».

Omero stesso stabilisce un confronto tra due modelli opposti: da un lato la terra dei Ciclopi, dall’altro il giardino di Alcínoo, che descrive nel VII libro dell’Odissea con versi d’una bellezza indimenticabile: «Alti alberi là dentro, in pieno rigoglio, peri e granati e meli dai frutti lucenti, e fichi dolci e floridi ulivi; mai il loro frutto viene meno o finisce, inverno o estate, per tutto l’anno: ma sempre il soffio di Zefiro altri fa nascere e altri matura. Pera su pera appasisce, mela su mela, e presso il grappolo il grappolo, e il fico sul fico. Là anche una vigna feconda…». Mentre l’orto di Alcínoo traduce un modello paradisiaco di fecondità e di abbondanza, la terra dei Ciclopi è solo potenzialmente fertile, ma non è coltivata. Di fatto, è selvaggia e inospitale. Omero dà dei Ciclopi un giudizio morale, nel descrivere il loro vivere rozzo come una condizione primitiva e bestiale. Non si limita a descrivere gli usi di un popolo che non ha ancora conosciuto i vantaggi della civiltà; pare condannare lo spreco, dei doni non colti, dei frutti mai germogliati. Omero pare dolersi di un’occasione mancata.