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Tu sei Quello

2009
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Per il grande Nadar, nella Francia di metà Ottocento, un buon ritratto era il frutto e la prova di una conoscenza intima. Espressione che deve intendersi, e in special modo nel caso di quell’artista, secondo due accezioni diverse: come amicizia di lunga durata ma anche come intimità, complicità, confidenza che, durante la seduta di posa, il fotografo deve stabilire con il suo modello. In uno dei discorsi più belli che sul ritratto fotografico siano mai stati pronunciati, è lo stesso Nadar a spiegare: ciò che nessun fotografo mai potrà insegnare ad un apprendista è «l’intelligenza morale del tuo soggetto – è quell’intuizione che ti mette in comunione col modello, te lo fa giudicare, ti guida verso le sue abitudini, le sue idee, il suo carattere, e ti permette di ottenere, non già, banalmente e a caso, una riproduzione plastica qualsiasi, alla portata dell’ultimo inserviente di laboratorio, bensì la somiglianza più familiare e più favorevole, la somiglianza intima».

Questa maniera di pensare il ritratto non ebbe, però, lunga vita. Sin da quando la fotografia era stata inventata, due anime opposte vi si scontravano: una vocazione artistica ed una commerciale. Quest’ultima largamente prevalse. Nel ritratto, precipuamente, ciò si tradusse nell’ansia di compiacere il cliente, mostrandolo bello a ogni costo. Soddisfare l’altrui vanità richiedeva maestria, la conoscenza di trucchi che permettevano al ritrattista di compensare, o addirittura nascondere, i difetti del ritrattato: Matthew Brady, quando gli venne richiesto di fotografare Abraham Lincoln, smisuratamente lungo e nondimeno in corsa per la Casa Bianca, dovette dar fondo al suo estro per farne apparire meno sproporzionati il collo e le braccia. È un termine implicito nella ritrattistica commerciale la convinzione che un buon fotografo, conoscendo i segreti dell’arte, debba poter disporre del soggetto e manovrare liberamente il suo corpo: che, nell’interesse del risultato, debba poter comandare al modello le espressioni da assumere, i gesti migliori, le posture da evitare. Leggiamo in una intervista rilasciata da Helmut Newton, il noto fotografo di moda: «In realtà le modelle non si rendono gran chè conto, perché tutte le mie istruzioni sono solo meccaniche. Dico ‘gira la testa verso destra, sposta il piede un po’ più avanti’. Questo è tutto. Non c’è mai nessuna motivazione o discussione psicologica. Perché non conosci abbastanza bene le modelle o perché non ti interessa? – chiede l’intervistatore –. Quasi sempre serve solo a confonderle e a confondere me stesso, – risponde il fotografo – perché so quello che voglio e faccio prima con meno complicazioni. Io creo l’immagine, se poi la modella se ne rende conto o meno non è molto importante».

I ritratti raccolti in questo volume sono quelli degli studenti del mio ultimo corso all’Università Iuav di Venezia. Abbiamo pensato di realizzare un libretto per ricordare i mesi e il lavoro vissuti insieme. La fotografia è, in primo luogo, una protesi della memoria. Presto ci siamo convinti che questo libretto poteva diventare una occasione per riflettere insieme, in pratica e non soltanto a parole, su ciò che il ritratto abbia rappresentato, in passato, per altri fotografi; e su ciò, soprattutto, che un ritratto dovrebbe essere o sia, secondo la nostra attuale opinione. E proprio dalle affermazioni di Newton siamo partiti: noi non volevamo che vi fosse un soggetto seduto, più o meno comodamente, ed un altro, dalla parte opposta dell’apparecchio fotografico, ad impartire degli ordini. Per noi non è questo un ritratto.

Un ritratto è desiderio di condivisione. È un’occasione per entrare in relazione con un’altra persona. Una via meravigliosa per fondare una intimità. Senza queste premesse, non potrà mai esservi un buon ritratto. Né sapienza di luci, né bellezza di proporzioni potranno mai dare, da sole, un risultato toccante. Di ogni essere umano che incontriamo, una parte è destinata a rimanerci per sempre nascosta, intangibile e misteriosa. E tuttavia, che cosa c’è di più emozionante della curiosità che ci spinge verso un altro uomo? Della possibilità che tra le nostre idee e le sue, tra le sue e le nostre emozioni, si possa stabilire un patto, un’intesa, un punto d’incontro?

Un ritratto è la testimonianza, il ricordo di questa reciproca volontà d’incontro. Un ritratto è un rituale; non è il pezzo di carta sopra il quale una chimica più o meno abile ha impresso delle ombre. Come ogni rito, aspira ad essere sacro: ossia a farsi strumento per sospingere verso l’alto coloro i quali lo compiono. Pertanto, tutto ciò che precede, prepara e rende possibile lo stabilirsi di questa intimità ha un valore enormemente maggiore del risultato formale. Ciò che resta maggiormente impresso nella mente di tutti, fotografati e fotografi, ogni volta che si esegue un ritratto con queste intenzioni, è il ricordo dell’esperienza vissuta, l’emozione di un pomeriggio trascorso insieme, il calore di un affetto condiviso.

In tal senso, un ritratto può avere a che fare col sacro. Occorre trovare il coraggio per pensare alla fotografia come ad uno strumento capace di guardare verso l’Alto. Come il fine della poesia è la redenzione della parola e il fine del canto è la redenzione del grido, così la fotografia deve condurre alla redenzione della visione. Redenzione, cioè liberazione, disvelamento del senso profondo, riappropriazione del significato originario. Tutto ciò che si compie per redimere, per riscattare, proprio in quanto disvela la ragione per cui esistono quella parola, quel grido, proprio in quanto ne libera il senso e li riconduce alla loro funzione originaria, tutto ciò che si compie per redimere, dunque, inevitabilmente eleva, riconduce verso l’Alto: in tal senso è sacro. Sacro è ogni gesto che venga compiuto nell’intenzione cosciente di rimettere ciascuno di noi, come individui, in armonia con l’Uno, con l’unità originaria, con il cosmo. Ogni gesto della nostra esistenza, anche il più quotidiano, può, e anzi dovrebbe, rendersi sacro: preparare una buona pietanza, osservare un paesaggio, dare una carezza al nostro significant other. Tutto ciò vale, naturalmente, anche per il fotografare.

Il fine del ritratto è la redenzione del volto. La liberazione, il riscatto di ciò che si cela dietro i tratti esteriori di ogni singolo volto. Il disvelamento di quella natura ultima, costante e immutevole, che si cela dietro apparenze tanto diverse tra loro. Tutti gli esseri sono fatti della stessa sostanza. La fotografia obbliga a un duro lavoro, un lavoro di vigile consapevolezza. Chiunque pratichi la fotografia consapevolmente compie un continuo esercizio di conoscenza, poiché la fotografia costringe a vedere. In sanscrito, vedere e conoscenza hanno la stessa radice. Un ritratto è uno strumento di conoscenza. Il suo compito fondamentale essendo quello di produrre una visione, una intelligenza dell’Altro. Tanto per chi fotografa, quanto per chi è fotografato, nella realizzazione di ogni ritratto qualcosa di nuovo viene alla superficie della coscienza.

La pratica del ritratto fotografico ci offre dunque la possibilità di avviarci verso un meraviglioso e interminabile viaggio alla scoperta dell’Altro. È difficile dire, prima di esserci incamminati, che cosa scopriremo di nuovo. All’inizio coltiveremo la presunzione di com-prendere, cioè di riassorbire, inglobare, ricondurre entro il nostro Io le persone che ci circondano. Ma pian piano impareremo a contemplarne il mistero, rispettandone l’intangibilità, l’ineffabile esserci dell’Alterità, l’essenza dell’altro-da-noi che in nessun modo può esser compresa, rinchiusa a forza entro il recinto familiare della nostra esperienza del mondo. Continuando nel nostro cammino, riusciremo a renderci conto che ciò che speriamo, ogni volta che eseguiamo un ritratto, è di rivelare, è di ri-conoscere dietro ogni volto, quel punto di luce, quell’àlito, che ogni Essere reca dentro di sé. E infine si impossesserà della nostra mente l’idea che ogni forma di conoscenza è soltanto ricordo.

Forse è soltanto illusione il pensiero di fotografare nasi, occhi, bocche diverse tra loro. Forse ciò che cerchiamo, dietro tutti quei volti, forse ciò di cui abbiamo veramente bisogno è tener desto il ricordo del nostro appartenere ad un unico seme, del nostro essere figli di un unico traboccare d’amore, di un’unica, primigenia vibrazione. E allora comprenderemo come i nostri molteplici corpi non sono che piccoli stupa, nei quali la natura divina ha preso provvisoriamente dimora.