Ficus nero #3, 2007
Ficus
Narra una leggenda che, mentre il Buddha era assorto in meditazione sotto un piccolo albero, scoppiò un temporale tremendo. Ai suoi allievi che insistevano perché cercasse un riparo, il Buddha non dava alcuna risposta, rimanendo immobile nella sua perfetta quiete interiore. Vedendo questo, le creature che vivevano sui rami di quell’albero ne ebbero compassione. Pregarono l’albero di estendere la sua fronda tanto da dare al Buddha un riparo. Così ebbe origine il grandioso Ficus magnolioides.
Ciò che rende questi alberi monumentali e struggenti è l’impianto di radici aeree che, arrivando al terreno, diventano nuovi tronchi secondari e collaborano a tutti gli effetti nel sostenere il peso dell’ombrello foliare. Così sviluppandosi, il ficus può crescere a dismisura, ed estendersi sopra una superficie di molte diecine di metri quadrati. Se si prova a vedere in sezione l’insieme di un albero, ciò che appare è un miracolo di ingegneria idraulica: ciascuna di queste radici, ormai divenute tronchi, è attraversata da centinaia di dotti linfatici.
Se si guarda tutto ciò in una prospettiva più astratta, si capirà come la questione che il ficus pone alla coscienza sia quella del radicamento: non già delle radici, che sono una parte necessaria e comunque presente in ogni albero, ma della volontà di collegare il basso con l’alto. Da questo dipende la solidità del risultato. Le foglie e le radici dipendono le une dalle altre: se le une venissero meno anche le altre morirebbero, e così viceversa. L’alto e il basso si appartengono reciprocamente. Perché questa funzione complementare si compia è indispensabile che vi sia un collegamento efficace: senza il quale la linfa della vita non potrebbe ascendere verso l’alto e, inversamente, l’energia che le foglie sintetizzano dal sole non potrebbe radicarsi nel suolo.
Non a caso, l’albero ricorre nella simbologia di molte religioni, spesso nelle declinazioni di albero doppio, con quello celeste sovrapposto specularmente a quello mondano, o di albero rovesciato. In entrambi i casi si tratta di simboli tesi a legare l’alto con il basso. In sanscrito, due termini designano l’Albero del Mondo; uno di questi è nyagrodha, che letteralmente vuol dire «che cresce verso il basso». Una figura analoga ricorre nel Sefer ha-Zohar, il Libro dello Splendore, la raccolta di testi redatti nel XIII secolo dall’ebreo Mosé di León, che gettano le basi della tradizione cabalistica medievale. È interessante osservare come nello Zohar l’Albero della Vita, che si estende dall’alto verso il basso, sia rappresentato come un Albero di Luce. La stessa immagine ricorre anche nel Corano, nella Sûrat en-Nûr, ove un ulivo simboleggia la luce di Allah. Nell’Avesta, il complesso di libri sacri dello zoroastrismo, ricorrono due alberi, l’uno celeste, o paradisiaco, e l’altro terrestre. Il primo, che viene chiamato Haoma, è bianco.
In principio
«In principio Dio creò il cielo e la terra. Ma la terra era deserta e disadorna e vi era tenebra sulla superficie dell’oceano e lo spirito di Dio era sulla superficie delle acque. Dio allora ordinò: ‘Vi sia luce’. E vi fu luce. E Dio vide che la luce era buona e separò la luce dalla tenebra. E Dio chiamò la luce giorno e la tenebra notte». Così inizia il primo libro del Pentateuco, il libro che i Cristiani chiamano Genesi e gli Ebrei Bere’shît, che vuol dire in principio. Il testo continua poco oltre: «E Dio ordinò: ‘Le acque che sono sotto il cielo si accumulino in una sola massa e appaia l’asciutto’. E avvenne così. Dio poi chiamò l’asciutto terra e alla massa delle acque diede il nome di mari. E Dio vide che questo era buono».
I commentatori delle Sacre Scritture chiosano come Dio non si sia limitato a separare la terra dalle acque, ma abbia dato loro un nome; e mettono in relazione l’incipit del libro di Genesi con i primi versi del Vangelo di san Giovanni: «In principio era il Lógos». Bere’shît, dunque, in principio c’è l’alito di Dio che infonde la vita, ma ci sono anche il pensiero, la parola, il nome. È il Lógos, che annunzia e presuppone la consapevolezza.
Nei miti di molte culture la terra emerge dalle profondità degli oceani. È stato osservato come questa immagine ricorrente, del venire alla superficie, non sia da riferire all’origine del cosmo in senso oggettivo e, si direbbe oggi, scientifico; ma ai processi inconsci e preconsci della consapevolezza dell’uomo sul cosmo. I miti di creazione sarebbero, in altre parole, una rappresentazione dell’immagine del mondo che affiora alla coscienza. Questa osservazione vale sia nello studio dell’uomo primitivo e degli stadi primordiali del suo sviluppo psichico, sia della vita psichica dell’individuo contemporaneo. Nell’analisi dei sogni, infatti, i miti di creazione si ripresentano ogni qualvolta nell’inconscio si prepara un balzo in avanti della coscienza.
Ogni cosmogonia è dunque una indagine sulla consapevolezza. Il suo ripresentarsi manifesta un bisogno di rigenerazione: annunzia un risveglio, una illuminazione.
Viaggio in Sicilia
«La purezza del cielo, il respiro del mare, i vapori per i quali i monti sembravano fusi in un solo elemento col mare e col cielo, tutto questo forniva alimento ai miei progetti... Convinto che non vi poteva essere per me un commento all’Odissea migliore della natura vivente che mi circondava, me n’ero procurato un esemplare, che andavo leggendo a mio modo con un rapimento incredibile. Ma ben presto mi sentii eccitato a produrre qualcosa di mio, che, per quanto strano in principio, mi divenne sempre più caro...». Disteso su un tronco di arancio, su una spiaggia ai piedi di Taormina, Johann Wolfgang Goethe meditava il piano della Nausicaa, un ‘riassunto drammatico’, così lo definiva, dell’Odissea.
L’intero diario del viaggio di Goethe in Sicilia, la sezione più illuminante dell’Italienische Reise, del resto si fonda su una identificazione tra l’autore ed Ulisse: «Pellegrino anch’io; anch’io in pericolo di destare delle inclinazioni, non dirò tali da finire in tragedia, ma da prendere una piega abbastanza dolorosa e non innocua; anch’io, a tanta distanza dalla mia patria, in condizione di dipingere a colori vivaci, per il diletto dei miei amici, oggetti a noi lontani, avventure di viaggio, vicende della mia vita; e di esser considerato dalla gioventù come un semidio, dagli anziani come un millantatore; di ottenere più di un favore immeritato, di imbattermi in più d’un ostacolo imprevisto; tutto questo mi aveva fatto prendere così forte piacere al mio disegno, a questo mio proponimento, che ho passato il mio soggiorno a Palermo e la maggior parte del mio viaggio in Sicilia a sognarvi sopra».

Ciclopi, 2005
È in Sicilia che Goethe matura l’idea che il mito sopravviva nella natura. Friedrich Schelling amplierà quest’idea, affermando che il mito è espressione di una rivelazione divina nella natura. «Non c’era nulla scrive Goethe che non avessi potuto ritrarre dalla natura». Per molti anni ho viaggiato e fotografato, portando con me questa frase. Sono tornato in luoghi a me familiari, cercando tracce di memorie ancestrali: gli stessi dirupi, gli stessi scorci di mare, che i Greci dovevano aver attraversato, arrivando sull’isola in tempi lontani. Mi sono spinto indietro nel tempo, fin dove il paesaggio mi ha consentito di arrivare.
Com’era la Terra al tempo dei Titani? Come dovevano apparire le montagne, le coste, le valli, sulle quali oggi sorgono le città in cui viviamo, quando i Lestrígoni, di cui parlano Omero e Tucidide, pascolavano le loro mandrie, e i Ciclopi, sulle pendici dell’Etna, donavano il fulmine a Zeus? Quando nell’abisso del chaos, la Voragine primordiale, ribollivano il fuoco e il magma incandescente?
Non so dire quale sia il risultato. Mi basterebbe aver saputo comunicare l’emozione profonda che io ho provato di fronte a certi paesaggi. «Che se del mio pellegrinaggio ho anche sofferto poco i disagi mi approprio ancora di un brano dell’Italienische Reise , gli è che in questa terra sovranamente classica mi sono trovato in una così poetica disposizione di spirito, che mi ha permesso di far tesoro di tutto e di custodire in me, come in un’urna di gioia, ciò che ho provato, ciò che ho veduto, ciò che mi è accaduto».

Alcantara #1, 2005
